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Un piedistallo ideale per nuovi telamoni dell'umanità (Giovanna dalla Chiesa)

Mostre > Fabio Petrelli > La città di cenere - Vite al margine

Un piedistallo ideale per nuovi telamoni dell'umanità
di Giovanna dalla Chiesa

Gli aspetti sacrificali, l'ineluttabile senso della morte, il dolore ritualizzato delle statue, l'intimità custodita e venerata da figure femminili che sono le vestali, l'anticamera del Sacro e del Mistero, tutto questo, che appartiene al lavoro già affrontato da Fabio Petrelli con successo, si confronta oggi, con il vuoto, la tristezza, la solitudine delle grandi periferie urbane, dove le icone del Sacro - venerate nell'intimità o portate in processione ed esibite nei paesi del Sud che restano i depositari delle più antiche tradizioni religiose rituali - si mescolano alla polvere delle strade, calpestate da milioni di frettolosi passanti, simili alle immagini di pubblicità usurate, sino a diventare parte di un immenso, inarrestabile flusso che consuma e dissipa nel tempo di un "immediatamente remoto" ogni verità, ogni idea, ogni possibilità di arrestare ed eternare in una dimensione suprema la realtà di questo mondo.


All' occhio della camera fotografica non sfugge, tuttavia, la presenza monumentale, nella secolarizzazione del tempo urbano, di nuove Statue della sofferenza che emergono potentemente nei gorghi travolgenti dei flussi cittadini, quali isole, al di là di ogni assorbimento, contro cui la barca del comune andare si scontra, costringendoci a pensare e ad interrogarci. Sono le figure spaesate dei mendicanti, dei déracinés e dei barboni, refrattari a qualsiasi incanalamento e integrazione nel vivere nostro, spesso senza senso, che sollevano la nostra percezione ad un livello di sguardo, poi di immagine e di pensiero. Su di loro il tempo consumabile registra un inevitabile scacco, si infrange come su di uno scoglio, sbatte, si arresta per la sorpresa, diviene, infine, occasione di incontro, inizio di conoscenza, penetrazione.
Chi guarda, oggi, è solo con se stesso, con ciò che resta della propria umanità in città disumane, deve metabolizzare, deve trovare risposte, soluzioni a ciò che improvvisamente si è posto alla propria attenzione. Questi mendicanti o il lirismo di una stinta, sgangherata finestra su di un muro, lasciano che il nostro occhio si appoggi su di loro, i loro occhi non incontrano i nostri occhi, incontrano i nostri pensieri. Alla fine di un viaggio, che come sempre, percorre binari, attraversamenti, stazioni, sottopassaggi, fermate d'autobus, semafori, crocicchi in cui si affastellano indicazioni viarie e talora, edicole sacre o immagini di crocifissi, l'occhio ritrova l'intera gamma delle proprie possibilità.


Esso misura lontananze, superfici, distanze, l'orizzontale e la verticale, si abbassa sul selciato dove le foglie portate dal vento autunnale incontrano la cronaca e la pubblicità, si alza verso il cielo, sopra le nostre teste, dove talora la croce su un campanile attraversa il cavo della luce e il lampione della strada o il fitto assieparsi sui tetti delle antenne televisive. Al livello della strada, sdraiati, appoggiati, seduti o addormentati stanno questi nuovi telamoni dell'umanità, spesso incorniciati dallo stipite di una chiesa o a guardia del nulla. Accumulazioni di un tempo della memoria non riscattate dalla società, nè dall'elemosina del singolo, senza piedistallo, a meno del treppiedi ideale di una macchina fotografica, che ne catturi l' esistenza e la sollevi a dignità d'arte, d' espressione, di pensiero come fa ora Petrelli. I crocifissi e le statue che un tempo gesticolavano incaricandosi di mimare, quasi sullo stesso piano, la sofferenza dell'uomo, hanno trovato posto nell'interiorità di uno sguardo, libero da condizionamenti, scevro da ogni compiacimento, da ironia od eccessi, laicamente e profondamente umano.

Roma, 17 gennaio 2010


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