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"Nel segno di Peppino Impastato", intervista al fratello Giovanni (Ivano Stelluto)

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Giovanni Impastato è a Massafra, invitato dall’Associazione Culturale “Il Serraglio” per la presentazione di “Resistere a Mafiopoli – La storia di mio fratello Peppino Impastato”.
Peppino viene ucciso il 9 maggio del 1978, è il giorno del ritrovamento di Aldo Moro e la mafia, abile stratega, vuole che la notizia passi come “suicidio”.
- Sono passati 32 anni da quel giorno: quanto bisogno c’è del ricordo e della lezione di Peppino nell’Italia di oggi?
Io credo che nell’Italia di oggi c’è tanto bisogno della figura, del personaggio e soprattutto della storia di Peppino. La sua è una storia molto educativa e sicuramente le nuove generazioni l’hanno recepita in maniera positiva perché essa è portatrice di un messaggio molto forte, non soltanto di speranza ma soprattutto di rottura, di impegno civile, politico e culturale; Peppino rappresenta non un mito, io sono contro i miti e contro gli eroi, ma un punto di riferimento di impegno sociale e culturale. Perché il padre era mafioso, lo zio era mafioso e lui ha avuto il coraggio civile di operare questa grande rottura che non è avvenuta solo all’interno dell’ambiente e della società dove lui viveva ma soprattutto all’interno della propria famiglia.
- Famiglia legata a Gaetano Badalamenti.
Esatto, la nostra famiglia era legata a Gaetano Badalamenti che successe a Cesare Manzella, il capo indiscusso della cupola, e ne rappresentò la continuità con la vecchia mafia.
- Da una parte abbiamo Peppino Impastato come educazione all’antimafia e alla legalità e dall’altra arrivano segnali da Reggio Calabria: prima la bomba alla Procura, poi l’auto con armi ed esplosivo nel giorno della visita a Napolitano.
I fatti di Reggio Calabria, come i fatti di Rosarno sono campanelli d’allarme che stanno a dimostrare una cosa chiara e precisa: in questo paese domina l’illegalità ed essa è dominante assieme alla cultura mafiosa. Noi siamo convinti che in questo momento c’è tanto bisogno, soprattutto da parte dei giovani, di portare avanti un impegno chiaro e preciso che possa contribuire a mantenere alti i valori della legalità. Il messaggio di Peppino è importante quando ti trovi a dover contrastare segnali preoccupanti. I segnali lanciati dalla ‘Ndrangheta nel giorno della visita di Napolitano in Calabria e l’attentato alla Procura di Reggio sono vere e proprie provocazioni da parte delle cosche: si vuole dimostrare che sono loro a mantenere il potere non solo economico ma anche culturale nel senso di cultura mafiosa. Noi dobbiamo cercare di lottare fino in fondo.
- La cultura della legalità: quanta difficoltà essa trova nel permeare il tessuto della società quando è forte il ricatto occupazionale?
La difficoltà è tanta e questo è terribilmente vero. Se noi consideriamo che in Italia ci sono due milioni di disoccupati e venti milioni in Europa, capiamo bene che questi sono segnali negativi, perché le forze che fanno riferimento alla criminalità organizzata da questo punto di vista hanno buone possibilità di sostituirsi allo Stato. Questa non è una cosa che ci stiamo inventando ora. Troppo spesso la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta hanno sostituito lo Stato quando lo Stato ha lasciato dei vuoti impressionanti e su questo non ci sono dubbi, anzi dobbiamo riconoscerlo e denunciarlo. Quella che noi dobbiamo cercare di portare avanti è un’opera di sensibilizzazione insieme a un sano progetto di sviluppo economico e morale che può influire in maniera negativa sui progetti delle mafie.
- L’importanza delle opere di sensibilizzazione ma troppe volte dobbiamo raccontare di uno Stato che è assente nel contrasto alle mafie, lasciando che queste si sostituiscano ad esso, e altre volte addirittura ci troviamo davanti ad uno Stato che si fa mafia. E’ di grande attualità il caso di Cosentino, Sottosegretario all’Economia colluso con la camorra.
Purtroppo non è l’unico caso. Abbiamo anche Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia oggi Senatore della Repubblica nelle fila dell’Udc. Quello che vediamo con la camorra è lo “spettacolo” che abbiamo visto con la mafia, parliamo di un volume d’affari che ha superato i 135 miliardi di euro l’anno. Il dato, sottolineato alcuni giorni fa da Confindustria, sta a dimostrare che siamo di fronte ad un vero e proprio impero economico e a grandi possibilità di investimento.
- C’è poi il paradosso delle macchine della polizia senza benzina.
La macchina della polizia senza benzina, i poliziotti che devono fare le inchieste rimettendoci di tasca propria e senza che vengano loro pagati gli straordinari, i giudici che lavorano a ritmi impressionanti e riescono a portare avanti nonostante tutto inchieste importanti. Il Governo si prende i meriti di tanto lavoro quando non solo esso non ha fatto nulla ma ha spesso attaccato i giudici considerandoli toghe rosse. Bisogna stare attenti e capire una cosa importante: questo Governo sul fronte dell’impegno antimafia non ha fatto nulla. Ha anzi remato contro se pensiamo allo scudo fiscale o al processo breve e alla depenalizzazione del falso in bilancio.
- Ricordo anche la norma approvata dal Governo con l’ultima legge Finanziaria che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alla mafia.
Hai chiara in questo caso la percezione che loro non vogliano risolvere problemi importanti. È una norma assurda perché in questo momento soltanto i mafiosi avrebbero i soldi per accedere ai beni confiscati. Siamo sul ridicolo perché questo Governo non solo non ha fatto nulla ma sbandiera come proprie le azioni repressive contro la mafia; si tratta invece di operazioni pianificate da dieci, quindici anni da quei poliziotti e da quei giudici di cui dicevamo prima.
- Berlusconi ha affermato a Reggio Calabria che per contrastare la criminalità organizzata ci vorrebbero meno immigrati.
È vergognoso. Questo è razzismo, non ho parole. La Costituzione Italiana all’articolo 5 dice che la Repubblica è una e indivisibile e ci sono poi le norme che parlano dell’accoglienza a ricordarci che l’Italia non è un paese che deve respingere ma è un paese che deve accogliere. Io mi preoccupo tantissimo perché aumentano le spinte xenofobe ma soprattutto perché ci sono dei partiti, come la Lega, partito fascista e razzista che discrimina i meridionali. Mi preoccupa anche che questo partito esprima dei Ministri all’interno del Governo Repubblicano e che Maroni sia agli Interni. Dovremmo fare una riflessione profonda sul fatto che l’Italia è tornata indietro di oltre cinquant’anni.
- Quali strumenti ha il cittadino comune per portare avanti la resistenza cominciata con Peppino?
La comunicazione, il cercare di raggiungere più gente possibile, contribuire all’impegno che portano avanti le tante associazioni che sono riuscite a provocare conflitti impressionanti, penso ai comitati che lottano contro la realizzazione del ponte sullo Stretto, alle battaglie ecologiche, a quanti si impegnano contro la Tav, contro la speculazione nei territori, penso all’associazione Libera e ai tanti giovani che lavorano grazie alle cooperative di Libera Terra in beni confiscati alla mafia. Questi sono tutti strumenti importanti, bisogna cercare di portare avanti una vera e propria alternativa e posso dire che alcune cose noi le abbiamo fatte, non abbiamo soltanto pianto i nostri morti. Voglio anche ricordare Addio Pizzo che è riuscita a puntare il dito contro gli estorsori.
- Quanto del messaggio di Peppino è presente in Roberto Saviano e quanto i due si differenziano o accomunano?
Sono molto amico di Saviano, l’ho conosciuto a Casal di Principe prima che scrivesse Gomorra. Eravamo a un’iniziativa che si svolgeva in un bene confiscato a Sandokan, la persona che lui ha da sempre contrastato. Roberto è una di quelle persone che più di tutte in questo momento sta rischiando ponendosi il problema dell’impegno sociale, culturale e civile contro la camorra. Con il libro che ha scritto ha contribuito tantissimo ad avvicinare la gente alla lettura, ha sensibilizzato l’opinione pubblica che era molto distratta su certe tematiche. Il suo è un contributo grande, come grande è il contributo di chi lotta e rischia nell’anonimato.
- Il seme piantato da Peppino è una pianta che cresce e resiste?
Credo di sì e noi abbiamo fatto un investimento notevole perché crediamo nel valore del suo messaggio, molto educativo se noi andiamo a rileggere quello che lui sosteneva con le sue battaglie, con il suo impegno ma soprattutto con la sua rottura. Le nuove generazioni sono rimaste molto colpite da questo “gesto” e noi dobbiamo andare avanti con il suo attualissimo pensiero.
- La rottura costò a Peppino la vita: viene ucciso a Maggio del 1978, vostro padre tentò di salvarlo intercedendo presso i boss in un viaggio negli Stati Uniti.
Anche il viaggio fu una rottura, se noi consideriamo che mio padre ha buttato fuori di casa Peppino e lo ha ripudiato perché non aveva le sue stesse idee; ma quando ha capito che Peppino era in difficoltà e in pericolo ha fatto di tutto per cercare di salvarlo. In quel momento non c’era il mafioso ma il vero padre di famiglia.
Nel film “I cento passi” la cugina americana si rivolge a mio padre in questo modo “ma perché ti trovi negli Stati Uniti, sta succedendo qualcosa a Peppino?” e lui risponde “prima di uccidere Peppino devono uccidere me”. Poi ritorna in Italia con una cravatta, regalo del cugino mafioso Anthony e la consegna, rifiutandola, a Gaetano Badalamenti: quel dono simboleggiava il messaggio dei cugini mafiosi americani a mio padre “se tu non segui i nostri ordini puoi rimanere strozzato dal nodo di questa cravatta”. Badalamenti era il capo della Cupola, mio padre ha rifiutato la cravatta ed è stato ucciso. Lui non si doveva permettere di salvare il proprio figlio perché i codici della mafia prevedono regole che devono essere rispettate: i padri devono uccidere i figli, i figli devono uccidere i padri e i fratelli si devono uccidere fra di loro.
- Berlusconi recentemente si è schierato contro le fiction sulla mafia, cosa ne pensi?
Berlusconi è stato produttore sul tema della mafia di fiction davvero orribili dunque non capisco.
- Dicevamo prima dell’importanza della comunicazione e allora non possiamo tralasciare Radio Aut, fondata nel 1976 da Peppino.
Mio fratello credeva molto nei mezzi di comunicazione, non è un caso se egli inizia come giornalista e muore da giornalista. La sua prima esperienza è del 1965 a “L’idea socialista”, fogli dattiloscritti sui quali Peppino portava avanti le sue prime denunce, metteva in evidenza i rapporti tra gli amministratori del mio paese e i mafiosi. Ha scritto anche articoli contro la guerra in Vietnam, era il periodo di Danilo Dolci, delle lotte contadine in Sicilia. Peppino inizia da lì per poi intraprendere il percorso di militanza politica, il suo impegno sociale e culturale. Ricordo anche le mostre fotografiche, ad esempio la mostra “Mafia e Territorio” dove vengono esposte foto con le curve dell’autostrada Palermo - Punta Raisi. Quelle curve, che dovevano servire a risparmiare i terreni dei mafiosi, Peppino con ironia diceva servissero a non far addormentare gli automobilisti. Era uno che usava tanto l’arma dell’ironia e le arti per comunicare: il cinema, il teatro, la fotografia, la pittura per lui erano strumenti che potevano riuscire a coinvolgere e sensibilizzare la società civile. Da questo punto di vista ha anticipato i tempi, quaranta anni fa portava avanti battaglie oggi di grande attualità.
C’è una scena dei “Cento Passi” in cui Peppino si rivolge a Salvo Vitale dicendogli più o meno “ma quale lotta di classe qui bisogna spiegare alla gente cosa è un paesaggio prima che venga distrutto”: questa frase, molto forte perché per un comunista la lotta di classe era la Bibbia, anticipava le battaglie contro la speculazione edilizia, metteva in evidenza il vero concetto di bellezza.
Peppino ci ha lasciato una grande eredità, sta a noi e alle nuove generazioni saperla raccogliere.
IVANO STELLUTO (ExtraMagazine domenica 9 maggio 2010)


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