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Locandina

Mostre > Fabio Petrelli > Le periferie urbane

Queste fotografie di Fabio Petrelli mi paiono delle moderne gouache dove il guazzo delle vedute ottocentesche si è arreso ad un lungo soliloquio di bianchi e neri e dove il paesaggio si è fatto romanticamente simbolico.
Cos’è questo forte bagliore di catrame che dispensa luce, o la vita, forse, col conta gocce?
Spazi di ferrame e cemento, sospesi in un tempo perplesso, vuoti e totali e ambigui come il deserto.
File di case piombano immobili in un posto dove manca ogni esistenza.
Dove sono finite le gazzarre di passanti col le loro vite complicate? Dove il naufragio informe di gesti, di volti, di parole e suoni delle metropoli tonanti?
Qui, s’ostina l’immobilità delle cose, ed è come un tormento che lento trascorre come ombra; si insinua e non passa.
È una metafisica di visioni dimenticate nello scandire del vespero che cola da chiome spoglie e sghembe.
È un cimitero di esistenze inerti, di anime che non sanno più dare un grido, la periferia che Fabio Petrelli descrive.
Questi documenti visivi raccontano di sguardi assidui e rallentati, che a lungo hanno percorso la realtà, ne hanno considerato gli scenari più degradati nel tentativo, non tanto di osservarli, ma di capirli e di suscitare affetti in chi li guarda.
In questo approccio alla fotografia, Petrelli, mi pare ripercorra la strada aperta, dopo il secondo conflitto mondiale, con il nuovo umanesimo di Sarte, Giacometti, Lucian Freud, Bacon, dell’artista/uomo che si interroga sull’essere umano, sulla disgregazione del suo io, sulla perdita di identità.
Nello scatto fotografico che avanza con cautela nella realtà, senza invaderla né turbarla, emerge la volontà di richiamare lo spettatore ad una riflessione sugli aspetti più cupi e problematici della società civile.
Nell’immutabilità apparente, che ritrovo in questi lavori, - quasi fossero degli appunti di viaggio di un operatore estetico che si appassiona allo studio dell’uomo e dei suoi labirinti interiori, nel suo modo di a
doperare il linguaggio fotografico, alla stregua di un documentarista che s’affissa discreto e paziente sulle persone e sugli oggetti, vedo ancora la necessità di un sentimento artistico che vuole farsi “nuova rappresentazione” e che mira ad un coinvolgimento non solo emotivo ma anche ideologico del riguardante.
“Nuova rappresentazione”, dunque, proprio come quella che ha alimentato alcuni capolavori del cinema italiano. Mi tornano in mente, così, l’umanità spezzata i luoghi/non luoghi, svuotati di ogni forma di bellezza, congelati in un’aria di vetro, di “Ossessione” di Visconti, di “Roma città aperta” di Rossellini o di “Accattone” di Pasolini.
Fabio Petrelli, ha poi, una costante nel suo lavoro che ne è diventata il suo segno distintivo.

Egli si muove impalpabile tra i suoi soggetti; non c’è spazio per il dramma struggente, per l’enfasi manierata.
Ha la grande capacità di non complicare invano il dato reale con gli “effetti speciali” di certa arte contemporanea che riducono l’io dell’artista al parassitismo e all’accademismo del gusto e delle mode e lo spingono a gridare: “Sono qui, guardatemi!”.
Gli studi che Petrelli presenta sulle periferie urbane lo ascrivono tra quegli operatori visivi che intendono l’espressione artistica come laboratorio in cui ritornare a saper osservare e a saper dare un valore, non solo estetico, ma anche e soprattutto sostanziale, all’immagine.
Vedo, per questo, la fotografia di Petrelli come un ritorno alla figurazione con l’intento di rallentare il nostro incedere incauto e distratto nel grande bazar del sistema mass-mediatico.
E se la realtà che Petrelli racconta vacilla, è fragile, è dura da fruire, in quei bianchi e neri, esatti ed ammaliati, non leggo solo tracce di vite strozzate ma vedo chiaro un invito a voler coinvolgere, direttamente noi spettatori, nella ricerca ossessiva di un nome da dare al vuoto che ci invade.
Perché, al di la della ricerca strettamente fotografica, quindi tecnica, il metalinguaggio di Petrelli dice della disarmonia che esiste tra l’uomo e la realtà.
Ed è come se trovassimo, in quel cielo interrotto dai fili elettrici, in quell’uomo solo, abbandonato in una posa di resa contro un muro sudicio di periferia, in quel cumolo di rifiuti che, in una dignità di forma, tra il dada e il metafisico, interrompe la strada, in quelle crepe che graffiano e aprono il cemento dei portici, nelle finestre chiuse e spettrali su facciate accartocciate, la sensibilità poetica di Eugenio Montale.
E come il poeta del “correlativo oggettivo”, Petrelli non crede che l’artista sia in grado di dare soluzioni.
L’artista può solo rischiarare la vista e dire all’altro uomo: “ecco, guarda, ascolta”.
Fabio Petrelli fotografa perché la fotografia possa essere una sorta di strumento/testimonianza d'indagine della condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo.

Carmela Melania Longo, 6 Aprile 2009



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