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Intervista (Melania Longo)

Mostre > Fabio Petrelli > La città di cenere - Vite al margine

Melania Longo intervista Fabio Petrelli:

Ti senti più fotografo o pittore?
Entrambi, in ugual misura. Sia la pittura che la fotografia hanno un ruolo centrale nella mia formazione artistica. Non v'è alcun dubbio che nasco essenzialmente come pittore. Presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, ho studiato pittura sotto la guida del Prof. Nunzio Solendo (pittore, grafico e artista poliedrico che si è caratterizzato per la propria attività artistica durante gli anni Sessanta e Settanta nella Capitale). Grazie a lui ho potuto studiare e perfezionare le tecniche pittoriche concentrandomi in particolare modo sul tema dell'autoritratto come motivo autobiografico. L'approccio alla fotografia è nato dopo, nell' ultimo anno di studi in Accademia, seguendo i corsi di Storia e Tecnica della Fotografia del prof. A. Attardi, dove ho avuto modo di "scoprire" la fotografia come linguaggio artistico. In questi anni di formazione e studio non ho mai abbandonato la pittura, sono due strade parallele che procedono congiunte senza dividersi e che percorro con la consapevolezza dell'importanza dell'una e dall'altra. Non nascerebbe e non si evolverebbe la mia pittura se non ci fossero i mie lavori fotografici. La fotografia ha la capacità di restituire il dato di realtà nella sua immediatezza, la pittura invece ha bisogno di una plasmazione e di un tempo risolutivo più lungo.

Cosa significa per te la fotografia?
La fotografia è quel segno quella traccia che restituisce la crudezza della realtà cosi come è posta ai nostri occhi, è quel mezzo che nella propria istantaneità contribuisce a dare un significato e un significante all'esibizione del modo nella propria drammaticità. L'apparecchio fotografico nella nostra contemporaneità offre la possibilità di ispezionare la realtà nei suoi angoli più occultati (siano essi motivi autobiografico o immagini acquisite dal mondo esterno) con occhi differenti dalla pittura. La fotografia riesce a darmi l'opportunità di scrutare ed esaminare la drammaticità dell'uomo con maggiore velocità e imparzialità.

Quando è nata la passione per lo scatto fotografico?

L'interesse alla fotografia nasce proprio durante il quadriennio in Accademia a Roma.Guardavo, studiavo e approfondivo artisti come R.Mapplethrpe, C. Sherman, A. Serrano, N. Goldin o come F. Woodman (per citarne solo alcuni). Le loro fotografie e il loro linguaggio artistico mi ha emozionato e affascinato. Percepivo sempre di più la potenzialità dell'apparecchio fotografico, della fotografia come mezzo di comunicazione artistica. Iniziai così a fotografare e a sperimentare il nuovo mezzo. Non rinnego che all'inizio è stato complesso e faticoso proiettarmi in questa nuova dimensione espressiva .

Rispetto ai primi lavori cosa è cambiato in Petrelli dei lavori del 2010?
Sono sempre stato attratto da immagini che "parlassero" del dolore, della morte e delle sofferenze dell'uomo. Sono cresciuto in quel sud che ha tanto da confrontarsi e condividere con il tema della Morte Simbolica. Le mie iniziali sperimentazioni fotografiche si orientavano essenzialmente su un percorso e un motivo che affonda le proprie radici nel tema antropologico dell'universo femminile, nel suo aspetto più nero e perturbante con un approccio simbolico - archetipico. Le successive fotografie poi (ancora oggi l'interesse è forte ovviamente in una chiave di lettura più complessa e articolata) hanno guardato tanto a quelle che sono le dolorose processioni del Venerdì Santo e agli aspetti sacrificali e simbolici inerenti il tema della Pasqua. Ho fotografato tantissimo, ho cercato di delineare i luoghi espliciti dove il tema della morte si rifugia. Sono stati anni di intenso studio in biblioteche, di ricerche, dove tentavo di capire e interrogarmi sul perché nei luoghi del mio sud il tema della morte simbolica è cosi pregnante. Tutto ciò ha dato vita alla mostra nel 2007-Transiti Memorie e scambi: Percorsi evocativi verso l'altrove. La svolta decisiva al mio linguaggio è stata la mostra sul Senso della Morte nel 2008. Ho fotografato i cimiteri, gli ex voto, i luoghi della morte simbolica a Roma città dove vivo, gli ho voluti comparare ai luoghi del sud, alle effigi e ai simulacri delle dolenti Madonne Addolorate trasportate in processione. Quel viaggio simbolico nei luoghi della morte e della sofferenza, si è poi confrontato è aperto con uno sguardo di più ampio respiro alle Periferie Urbane , dove ho descritto dell'indifferenza e della malinconia che vi si percepisce nella desolanti periferie di Roma. Luoghi solitari quelli, abbandonati, dove la presenza dell'uomo il più delle volte è assente. In quelle fotografie forte era il motivo autobiografico, un viaggio lo definirei nei non-luoghi che abitualmente percorrevo per le strade della capitale. Quei luoghi di silenzio come cimiteri, hanno dato poi vita a i miei nuovi lavori che si orientano come stretta conseguenza del tema delle periferie. "I senza tetto", uomini o donne dimenticati in quelle strade della Capitale, negli angoli più oscuri, sono oggetto oggi della mia attenzione. Sicuramente rispetto ai miei primi scatti fotografici il mio impegno è volto verso la realtà esterna e in particolare modo alle problematiche sociali nella città in cui vivo.

Nei tuoi lavori ciò che predomina è la forza del documento, dell'hic et nunc che per la sua evidenza di verità disarma. Sono tracce spoglie di complicazioni estetiche. Quanto la sociologia e lo studio sull'antropologia influenza il tuo "vedere" fotograficamente la realtà?

Le discipline antropologiche hanno influenzato molto il mio approccio a queste tematiche. Lo studio di tali dottrine, mi ha sostenuto a creare un analisi artistica-antropologica articolata e calibrata ampliando la possibilità di rafforzare le mie ricerche e i miei documenti indagandoli sul piano prettamente teorico-culturale poi simbolico-artistico. Il primo contatto a tali insegnamenti è stato lo studio di E. De Martino in Morte e pianto Rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria ( Einaudi, 1958). La ricerca di De Martino, quindi, ha influenzato molto le mie scelte e i miei indirizzi di pensiero che certo attingono all'esistenzialismo. È attraverso le sue complesse ricerca che poi ho avuto modo di avvicinarmi successivamente alla contemporaneità con le pubblicazioni di A. Brelich, A. Di Nola e L. M. Lombardi Satriani. Decisiva è stata anche la lettura: Il Ponte di San Giacomo.L'ideologia della morte nella società contadine del sud (Sellerio, 1989). Di quello studio ne sono rimasto affascinato e in particolare modo di come L. M. Lombardi Satriani indaga con meticolosità il tema della morte nel sud Italia. È stato allora che la mia attrazione per tali temi ha avuto modo di plasmarsi in scatti fotografici. Quindi lo studio dell'antropologia mi ha dato la possibilità di indagare uno dei momenti più complessi dell'esistenza secondo una interpretazione scientifica.

Se dovessi dare una definizione di Petrelli, che cosa diresti a livello artistico?

Dare una definizione di sé anche a livello artistico è sempre un po' complicato. Non v'è dubbio che di me stesso direi che ho la capacità e la volontà di indagare la realtà nel suo aspetto più crudo e perturbante (a intendersi nella valenza freudiana). Mi potrei definire un attento studioso del tema della morte cercando poi di esprimere poeticamente il dramma dell'uomo attraverso la fotografia e la pittura.

Dove sta andando l'arte?
È una bella domanda questa, con la quale cercherò di rispondere brevemente per creare una discussione costruttiva. La nostra contemporaneità è totalmente caratterizzata da nuove coscienze culturali che fondono le proprie radici all'interno di fenomeni quali il nomadismo, nuova povertà, flussi migratori di etnie delle più disparate che alludono al concetto di vuoto e del nulla. Quindi forme di sincretismo culturale, e fusioni di linguaggi e strumenti diversi oggi caratterizzano le arti visive. Tutto ciò è percepibile anche nella fotografia contemporanea (si pensi alle opere di S. Neshat che basa il proprio linguaggio su una dicotomia di culture opposte). Ed è proprio nell'arte contemporanea che strumenti di appartenenza lontana creano situazioni che rendono visibile quel concetto polivalente dell'arte contemporanea.


Delle tendenze artistiche contemporanee cosa ti interessa di più?
Dal 1990 in poi, tutto il panorama dell'arte contemporanea risulta estremamente complesso e articolato. Sono essenzialmente legato e attratto da temi e tendenze artistiche che dagli anni sessanta a oggi hanno caratterizzato parte essenziale del linguaggio e delle sperimentazioni artistiche contemporanee. Direi che la mia ricerca artistica si sviluppa entro un orizzonte culturale che affonda le proprie radici dalla poetica della body-art, arte come espressione del dolore e dell' orrido-macabro, dove il corpo dell'artista diventa esso stesso luogo di attuazione dell'arte, alle opere di A. Serrano, V. Pisani e G. de Dominicis (quest'ultimo entro il tema tutto concettuale dell'immortalità). Tutti artisti diversi tra loro ma che sono essenzialmente legati dall'indagine sul tema della morte. Sono inoltre affascinato dalle fotografie di N. Goldin e da F. Woodman le quali hanno realizzato una sorta di diario intimo autobiografico visivo. D. Hirst è un'altra importantissima figura del panorama dell'arte contemporanea che ammiro tantissimo. Anche in pittura ci sono personalità prorompenti quali M. Manzelli, J. Seville. Quest'ultima delinea e descrive il corpo nelle proprie imperfezioni e nella propria drammaticità seducente.

C'è chi sostiene che la fotografia non abbia più nulla da dire come mezzo in sé all'arte contemporanea. Anzi che il mezzo in sé ha esaurito la sua funzione in generale. Cosa ne pensi?
Assolutamente non credo che il mezzo fotografico abbia esaurito le possibilità di linguaggio come mezzo di espressione nell'arte contemporanea. Pensiamo alle celebri fotografie di N. Goldin o di T. Richardson. La fotografia più della pittura e della scultura ha la peculiarità dell'immediatezza e quindi anche più consono alla nostra contemporaneità caratterizzata dalla cultura mass-mediatica e dall'uso quotidiano globale di internet. Artisti fotografi che oggi operano e usano questo mezzo per esprimersi, ci fanno intendere come la fotografia sia cambiata ed evoluta nel corso del tempo, dalle prime lacunose e incerte sperimentazioni nel Ottocento, essa oggi, si adegua all'evolversi vorticoso dell'odierna tecnologia. Resta il fatto che un artista fotografo deve saper esprimere il proprio linguaggio, le proprie idee nella loro completezza. Consideriamo la fotografia nelle opere di D. la Chapelle, dove convulsi scenari derivanti dall'arte antica si fondono nel linguaggio contemporaneo popolato di soffusi "linearismi erotici" o le fotografie di W. Tillmans, che apre uno scorcio nel proprio intimo, nel proprio vissuto, fotografando i motivi autobiografici legati alla morte del suo compagno malato di Aids. Quindi se un tempo E. Munch dipingeva La bambina malata (1885-1886) come traccia visiva del tema simbolico della sofferenza, del trauma per la perdita della sorella Sophie, in un'immagine che veniva evocata dalla memoria - o ancora F. Kahlo - dipingeva le proprie sofferenze, i propri dolori come segno di consapevolezza della propria malattia nelle serie degli autoritratti, oggi l'artista usa l'apparecchio fotografico per esprimere il proprio linguaggio (sia esso motivo autobiografico o meno). Quindi la fotografia è al pari della pittura, della scultura, dell'incisione o quant'altro.

Quali progetti hai per il futuro?

Molti sono i progetti e le idee che desidererei sviluppare, in primo luogo vorrei poter indagare il tema della morte in Mexico, studiando il culto della Santa Muerte, ispezionando tale tema sul luogo, con la possibilità di creare un percorso antropologico e visivo - fotografico. Vorrei poi inaugurare una mostra sul tema della settimana santa in Puglia indagine che compio da anni rifacendomi alle letture di A. Cirese e L. M. Lombardi Satriani. Mi auguro inoltre di poter ancora indagare con il mezzo fotografico le realtà subalterne delle città continuando e ampliando verso nuovi temi le argomentazioni da me intraprese da tempo.
Cosa è stato determinante nel tuo percorso di avvicinamento all'arte visiva?
Da sempre è insito nella mia formazione culturale e personale l'interesse per l'arte, la pittura, la scultura e l'architettura. Ricordo ancora in modo vivo l'entusiasmo con cui aspettavo le lezione nelle scuole medie inferiori di educazione artistica (sotto la guida della Prof.ssa N. Lisi). Indubbiamente grazie a lei ho avuto modo di avvicinarmi al mondo dell'arte e poi proseguendo gli studi presso il liceo Artistico "Lisippo" di Taranto. Passavo le ore a dipingere, progettare, disegnare e leggere tutto ciò che riguardasse l'arte. In seguito con gli studi prima in Accademia e poi presso l'Università tutto ciò che era passione diventa una vera è propria professione con la consapevolezza dell'importanza dell'arte contemporanea.

Artisti come Andy Warhol, Damien Hirst, Jaff Koons, Traci Emin, Maurizio Cattelan, dimostrano ampiamente la convergenza tra arte, comunicazione e cultura di massa riuscendo ad utilizzare strumenti appartenenti a circuiti diversi, comunque complementari rispetto alla creazione di un'opinione comune e dell'immaginario collettivo. Il fatto che stia prevalendo il concetto sulla forma è il risultato di questo processo che porta all'immaterialtà dell'opera di contro alla presenza e all'affermazione del nome dell'artista. Cosa pensi quindi della preminenza in una pratica artistica dell'idea a favore delle connotazioni media-specifiche?
Sono d'accordo con te nel ribadire che gli artisti che hai citato effettivamente in forme e morfologie diverse convergono nell'arte contemporanea attraverso l'uso di codificazioni e poi di strumenti appartenenti a diversi circuiti delle arti visive. A questo proposito mi torna in mente la celebre opera di M. Duchamp " Il Grande Vetro", vera e propria macchina alchemica-simbolica-concettuale che apre la strada verso la contemporaneità. Ed è proprio nella sua immaterialità e nella sua evanescenza che in quest'opera M. Duchamp apre un nuovo varco, di un espressione artistica sempre più basata sull'elaborazione mentale e concettualista dividendo l'idea di arte dall'idea di forma. L'elaborazione del concetto del redy-made mette in discussione la forma, quel valore assoluto che per secoli era stato pregnante in tutta l'arte. L'oggetto di uso quotidiano così diviene opera d'arte perche trasferito in una trama di situazioni diverse dalla propria funzionalità e inneggiato a opera d'arte. Penso che comunque il variegato mondo dell'arte contemporanea abbia spazio per entrambe le forme di rappresentazione: l'immaterialità e il concetto e poi la forma nella sua oggettività.

L'arte ha una sua funzione?
L'universo simbolico dell'arte sia esso legato alle arti visive, alla letteratura, alla poesia, alla musica, ha una funzione prettamente pedagogica, ma inoltre riveste funzioni e morfologie comunicative indissolubili di indagine sulla realtà. Quindi, arte come rappresentazione della realtà, parafrasando B. Croce, dove la concezione dell'arte come forma specifica e autonoma di conoscenza e l'intenzione di riconnettere i fatti estetici e artistici alla totalità della vita dello spirito.


Intervista a cura di Melania Longo


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