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Intervista di Ivano Stelluto

Progetto Pasolini > Enrique Irazoqui: ritorno a Massafra, la Cafarnao pasoliniana

A colloquio con Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo secondo Matteo

«Venni in Italia e conobbi gente che per me incarnava un mito. Ricordo Giuliano Pajetta, Pietro Nenni, allora vicepresidente del consiglio, e fui colpito dalla straordinarietà di Vasco Pratolini, di cui avevo letto “Cronaca familiare”». Enrique Irazoqui era un diciannovenne del sindacato universitario clandestino antifranchista quando, nel 1964, giunse in Italia a cercare il sostegno di persone note contro la causa antifranchista. «L’ultimo giorno Giorgio Manacorda, il mio contatto italiano, mi disse che avremmo potuto incontrare un poeta che viveva all’Eur. Di questo poeta, Pier Paolo Pasolini, sapevo solo che fosse omosessuale e di sinistra». Andò come nessuno avrebbe potuto immaginare.


Pasolini a quel tempo era impegnato nella ricerca dell’attore che recitasse il ruolo di Cristo nel suo “Vangelo secondo Matteo”. «Da due anni cercava un Cristo, era quasi disperato, il produttore Alfredo Bini non voleva perdere altro tempo. Io ricordo di essermi seduto a un divano verde, accanto avevo Elsa Morante, Pasolini mi faceva parlare della resistenza spagnola e, a differenza degli altri, non interrompeva mai. Poi mi promise che sarebbe venuto a Barcellona, ma mi disse anche che io avrei potuto fargli un favore. Stava preparando un film sul Vangelo secondo Matteo e io avevo il volto giusto per interpretare il ruolo di Gesù. Dissi di no immediatamente, non mi interessava il cinema, e poi per me il Cristo era biondo, con gli occhi azzurri e depilato, proprio come nella filmografia americana. In più la Chiesa aveva nominato Franco “il crociato nazionale” e il cristianesimo era per me il nemico». Tempo dopo, Pasolini confessò di essere rimasto commosso da quella risposta di Irazoqui, a cui non bastò sapere che il suo Cristo sarebbe stato più gramsciano che nazional popolare. «Pasolini era molto bravo a convincere la gente, sapeva inoltre manipolarla molto bene. Mi disse che voleva un Cristo raccontato in maniera epico – lirica ma non mi convinse. Allora Pier Paolo cominciò a cercare aiuto e telefonò ad Alfredo Bini. Il produttore mi parlò di soldi e fu Giorgio Manacorda a convincermi, quando mi disse “quei soldi potrai destinarli alla causa della resistenza anti - franchista». Irazoqui non aveva mai recitato fino ad allora ma si trova presto a suo agio con Pasolini «di un’intensità straordinaria, un uomo intelligente e puro che aveva in mente soltanto il suo film». Non mancarono, sul set, i conflitti. «Erano gli inizi di luglio e si girava la scena della crocifissione sotto un sole caldissimo. Susanna, la madre di Pier Paolo, recitava la parte della Madonna anziana ed era seduta a terra. C’erano poi comparse meridionali e comparse intellettuali come Alfonso Gatto, Enzo Siciliano ed altri. Questi misero in piedi un tentativo di boicottaggio delle riprese, perché secondo loro era indecente il modo in cui Pier Paolo trattava sua madre mettendola per terra con quella temperatura. Non avevano capito niente. Pochi figli hanno voluto bene alla propria mamma come Pasolini ne ha voluto alla propria. Ci sono dei versi, nella raccolta “Poesie in forma di rosa”, in cui Pasolini dichiara questo forte amore per la madre: “Ho un'infinita fame d'amore, dell'amore di corpi senza anima. Perché l'anima è in te”». Pasolini schiavo dell’amore materno ma mai dell’ortodossia comunista. «Ti racconto un episodio. Un giorno arrivai in un albergo del sud Italia dove Pasolini mi attendeva dopo una settimana di ferie. Io ero passato dalla libreria Rinascita di Via delle Botteghe Oscure, avevo comprato tanti libri perché quella libreria era una vera e propria benedizione per noi spagnoli costretti a comprare libri dei gesuiti per cercare una citazione di Marx. Arrivo in albergo, Pier Paolo guarda i libri e mi dice “non potevi comprarne di peggiori”. Erano i libri dell’ortodossia marxista». Pasolini ed Elsa Morante segneranno la formazione di Irazoqui più di quanto faccia il film stesso. E si troveranno spesso a parlare in termini di assoluto, quasi una contraddizione per chi a quel tempo si diceva di sinistra. «Vorrei ricordare il Pasolini che scriveva a Bini “voglio lavorare al Vangelo secondo Matteo perché in esso ho trovato la bellezza assoluta, mentre fino ad ora ho conosciuto la bellezza morale e la bellezza artistica”. E’ attraverso l’assoluto di Pasolini che mi sono formato, attraverso il tempo passato a parlare della verità. Sono stati Pier Paolo ed Elsa a farmi capire cosa fossero il qualunquismo, di cui mai avevo sentito parlare, e la volgarità, che oggi ritroviamo al potere in Italia. E’ grazie a quegli anni se oggi io parlo in termini di assoluto inteso come conoscenza profonda. Prendiamo la Shoah: cosa è, essa, se non il male assoluto che si fa bello assoluto in Primo Levi? Sono letture come “Se questo è un uomo” che mi permettono di toccare il più profondo della storia dell’uomo, o “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante, specie nella poesia “Addio”, composta per il poeta Bill Morrow. Elsa è stata poi la mia pigmalione, che mi ha portato ad apprezzare Mozart e ha saputo ascoltarmi in ogni circostanza».


«Ho voglia di girare tra i vicoli di Massafra per vedere se esistano ancora quei volti di intensità straordinaria che Pasolini diceva fossero fatti col diamante e col carbone. Ho voglia di girare tra i Sassi di Matera per vedere se esistano ancora quelle donne che, quando accendevo una sigaretta, mi gridavano “Gesù non fuma” ».



IVANO STELLUTO


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