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Babelaide - per una inte(g)razione sociale
Progetto di integrazione ed interazione sociale delle comunità albanese e rumena presenti nel territorio massafrese
La tristezza e la nostalgia spesso finiscono col somigliarsi. Eppure non sono la stessa cosa. L'una è il predicato delle tre facce del tempo, talvolta di una certa visione del mondo, e attiene alla volontà: fuori dalle accademiche e molteplici diramazioni delle accezioni della psicologia, la tristezza cala il suo velo quando le cose non vanno come si vorrebbero -il presente-, quando si rimugina su come esse sarebbero dovute andare -il passato-, o quando si teme vadano diversamente per il futuro, rispetto a specifiche aspettative.La nostalgia invece, è il predicato del mero passato, e dunque di un Cronos della divisione, dell'esistenza su un altro piano rispetto ad un vissuto, della perdita terrena e irreversibile di un qualcuno che diventa l' inquilino eterno delle memorie di chi lo invoca. Ma ad un certo punto, accade la dissolvenza, la contaminazione di un predicato dell'essenza dell'altro. I due termini della dicotomia, finiscono con l'assumere i contorni di un equinozio, riconoscibile negli occhi di coloro che, in un'arbitrarietà forzata dalle circostanze, smettono di essere autoctoni: gli immigrati. Accomunati dal filo invisibile dello smarrimento, gli stranieri sono nostalgici e al contempo tristi perchè costretti, giocoforza, a sradicarsi dalla propria terra, a fare cose di un altro piano, diverse dalle precedenti per incompatibilità di natura; ad imbattersi nella vanità di sacrifici che il più delle volte non li ripaga. Per gli immigrati il passato si polverizzain una valigia, che diventa un sacrario delle cose perdute, un claustrofobico tempio della tristezza, una scommessa troppo spesso persa in partenza.
Il tempo per loro si congela in una polaroid, che refrattaria ad ogni tentativo dei soggetti di modificarne lo scenario, pare immortalare partenze sempre squallide, fortuite, disperate, inconcepibili. Carne umana a bordo di bus, fatali gommoni, che da lontano sembrano scatolette di tonno. E fa una certa impressione prendere atto del contrario.
Viandanti sprovveduti che corrono sul binario della speranza incerta, e su quello della tristezza-nostalgia certa. E quando hanno la fortuna di sopravvivere ai loro "viaggi", una volta approdati nel paese di destinazione, diventano bersagli ingrati delle frecce ineludibili non solo dei due predicati interni, ma anche di quelli triviali esterni. Ai due sentimenti che non hanno confine e che aleggiano nell'anima all'unisono, senza speranza di sosta, si aggiungono i denti della solitudine, che divora il loro presente come bestie in cattività. L'incomunicabilità, l'umiliazione di imbattersi quotidianamente nei pregiudizi, la rassegnazione ad essere stigmatizzati in un etichetta, in un ghetto, fa brancolare gli immigrati nei discorsi retorici e nel buio, rischiarato soltanto dalla luce del ricordo di una famiglia lontana. Risulta perfino difficile spostarsi in una regione stessa del proprio paese, giacchè ci si imbatte comunque nella diversità e nella difficoltà dell' adattamento; figurarsi per chi si trasferisce in un'altra nazione. E i rumeni, gli albanesi - più "ghettizzati" rispetto ad altri- che popolano le nostre città, come fantasmi dannati e condannati ad una interazione-integrazione che sembra non giungere mai, incarnano l'emblema delle riflessioni precedenti. Rimane sovrano il "far finta di niente" rispetto all'esclusione di queste persone, spesso confinate in torri d'avorio-avariate- ai margini delle periferie urbane.
A Massafra, la zona in particolare preposta all' "accoglienza" di questi "fantasmi" è il centro storico. E' sufficiente fare un giro da quelle parti per sentire il rumore delle loro catene, e per rendersi conto di quanto sia spesso il cappio dell'indifferenza. La loro alienazione rispetto al contesto massafrese, alla nostra lingua, alle nostre tradizioni è quasi totale. A malapena riconoscono i nostri tratti perchè ogni tanto fanno una capatina in centro per le esigenze di prima necessità; nel loro "ghetto" manca perfino un negozio di generi alimentari. In definitiva, la chiusura dei rispettivi mondi culturali, sociali, linguistici , tra stranieri e paese ospitante è a tripla mandata.
E' una sorta di Torre di Babele quella che ci ritroviamo a scalare, e nella fase in cui Dio ci fa precipitare rovinosamente a terra, nell'incomunicabilità dilagante. Eppure, quanta magia si potrebbe trarre quotidianamente dall'interazione con "l'altro": anche se di differente nazionalità, siamo tutti portatori di vita, esperienze grandi o di dettagli indimenticabili che non metterebbero di certo in discussione la storia del proprio paese d'appartenenza.
E dunque, il progetto "Babelaide" , nasce dalla volontà di mistificare i pregiudizi. Già la scelta del titolo è un auspicio di unione, integrazione: da Babele e Tebaide (così denominata Massafra, Tebaide di Italia) nasce Babelaide, che attraverso lo strumento della formazione e di altre semplici ma concrete iniziative , vuole far conoscere, forse per la prima vera volta, Massafra ai rumeni e agli albanesi, e i rumeni e gli albanesi a Massafra. E' impensabile non dover provare ad abbattere questo muro. E' una questione di responsabilità. Di salvaguardia di un valore purtroppo riconosciuto solo nei propri microcosmi, l'amicizia. Babelaide non ha la presunzione di risollevare le sorti degli stranieri presenti a Massafra; difatti, nulla si può contro la nostalgia e le circostanze di disagio oggettive; ma un'azione formativa per dissipare i fumi della tristezza e della solitudine, forse potrebbe concretizzarla. Le iniziative che Babelaide propone per la formazione e l'interazione-integrazione degli immigrati con i massafresi, discenderanno da previe ricerche e analisi: un reportage fotografico, delle video-interviste, la realizzazione di documentari e di un catalogo, costituiranno la traduzione multimediale della realtà degli immigrati nel centro storico massafrese. Questa prima fase del progetto sarà necessaria per definire il quadro della situazione attraverso le testimonianze dirette.
La seconda e terza tappa di Babelaide, si configura invece come il cuore del progetto. Le iniziative contemplate per l'integrazione degli immigrati si presenteranno come veri e propri laboratori. Ne sono previsti : uno di storia di Massafra; uno attinente al Carnevale e prevede la lavorazione della carta pesta; un laboratorio di danza, di cucina, di creatività per bambini, e uno amministrativo.
Per l'attività di interazione è prevista invece: una rassegna cinematografica; la sagra del cibo tradizionale albanese e rumeno; un torneo di calcio con squadre miste (Italia, Albania, Romania); la realizzazione di un cortometraggio; una mostra fotografica itinerante e permanente, e infine una mostra pittorica di artisti albanesi e rumeni. Modalità dei laboratori e delle tappe successive sono dettagliate nelle pagine a seguire.
Come si può notare, l'Arte assurgerebbe più di altre componenti, al ruolo di collante tra Massafra e immigrati; e sono stati scelti i suoi strumenti proprio perchè parte dall'anima, dal mistero mai risolto della creazione. Il progetto Babelaide, in definitiva, spera che l'Arte e i suoi linguaggi, scalfiscano il muro invisibile e senza ragione dell'incomunicabilità.
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