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Articolo su ExtraMagazine (Ivano Stelluto)

Mostre > Fabio Petrelli > La città di cenere - Vite al margine

È una giornata come tante in una metropoli dei giorni nostri.
Napoli, Roma, Firenze o Milano non importa. Quello che conta è muoversi come sempre. Camminare a ritmo accelerato perché il tempo non basta. Mille cose da fare e allora ecco le corse frenetiche, le soste che non ci si può proprio permettere. Forsennati e quasi nevrotici, nella nostra gara ad ostacoli riserviamo pure improperi a chi ha avuto la sola colpa di incrociare il nostro cammino. Perché se è scritto “beati gli ultimi”, è pur vero che gli ultimi devono avere comprensione, loro sì per noi, e allora spesso e volentieri non tira aria buona per chi deve sbarcare il lunario standosene giornate intere a un semaforo nella speranza di rifilare fazzolettini o altra mercanzia. Oltre ai razzismi e alle molteplici forme d’espressione, dobbiamo raccontare di quelle volte in cui camminiamo senza attraversare realmente i luoghi, di ogni strada percorsa senza che ci accorgiamo di cosa ci passa o ci sta accanto. Quante volte siamo così presi da non accorgerci che, in quell’angolo di strada, dietro quel cartone, riposa qualcuno che è stato più sfortunato di noi.
Non razzismo. Non paura dell’altro. Solo e soltanto cecità. Non vedere. I diseredati, gli oppressi, i barboni e i mendicanti. Quelli che troveranno il tempo per farci commuovere, per farci urlare frasi a difesa dei più deboli magari davanti alle immagini di un telegiornale.
Distratti. Ecco cosa siamo diventati. Inconsciamente ha preso piede il pensiero che le sfortune capitano solo agli altri. Eppure le cronache ci raccontano di come non sia poi così difficile finire sulla strada, basta davvero un nulla per ritrovarsi come nelle immagini della mostra fotografica di Fabio Petrelli, giovane massafrese autore di 44 scatti che vanno sotto il nome di “La città di cenere – vite al margine”. Organizzata dall’associazione culturale “Il Serraglio”, la mostra è il racconto di quelle periferie che sono oggi il centro delle nostre città. Gli scatti di Petrelli, con la forza del reportage, aprono gli occhi a tutti noi. Li aprono sul vuoto che sono diventati i nostri spazi, luoghi dove la moltitudine è solitudine, dove ai bordi delle stazioni si accumulano i simboli di questa “modernità”.
Le foto di Petrelli sono sociologia del quotidiano, indagine sui luoghi che abitiamo ma non viviamo fino in fondo.
Provi un senso di smarrimento quando ti trovi di fronte all’opera del giovane artista massafrese, lo smarrimento di chi è colpevole di non aver visto. La cosa più forte di questa mostra è nella sua idea originaria: ritratti di vite al margine nel centro di Roma. Non la periferia urbana, ma la solitudine del centro. Dove la miseria è ancora più forte se messa a confronto con l’opulenza.
Scrive Giovanna Dalla Chiesa, docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma “chi guarda, oggi, è solo con se stesso, con ciò che resta della propria umanità in città disumane, deve metabolizzare, deve trovare risposte, soluzioni a ciò che improvvisamente si è posto alla propria attenzione. Questi mendicanti o il lirismo di una stinta, sgangherata finestra su di un muro, lasciano che il nostro occhio si appoggi su di loro, i loro occhi non incontrano i nostri occhi, incontrano i nostri pensieri. Alla fine di un viaggio, che come sempre, percorre binari, attraversamenti, stazioni, sottopassaggi, fermate d'autobus, semafori, crocicchi in cui si affastellano indicazioni viarie e talora, edicole sacre o immagini di crocifissi, l'occhio ritrova l'intera gamma delle proprie possibilità”.
Diceva Umberto Saba che “l’opera d’arte è sempre un’opera di confessione”.
Fabio Petrelli, con i suoi scatti, confessa la cecità collettiva. A tutti noi l’onere di riaprire gli occhi.



IVANO STELLUTO (ExtraMagazine venerdì 9 aprile 2010)






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